Immacolata Cassalia offre uno spunto per fare il punto della situazione in Calabria
di
Immacolata Cassalia* - Oggi, i servizi in Calabria, sono un esempio di povertà
dell’ascolto del bisogno. S’incolpa la persona che li produce, ma il racconto
ha protagonisti disattenti che non generano condizioni che possono essere
beneficiari. La biografia delle donne e degli uomini consente di capire per
cambiare invece di definire, con una cultura nuova, coraggiosa, con
affermazione che possono esprimere chi siamo davanti a tante debolezze.
Occorre offrire obiettivi, per difendere
diritti che tengano conto l’uomo, la donna, i ragazzi, i giovani, gli anziani,
nelle loro globalità prive di quell’etichettamento nosografico come una fuga
dal reale da parte di una scienza che è pura ideologia, che ha assunto nei
tempi un giudizio che sancisce distanze tra sano e malato e soprattutto agisce
come definizione di uno status sociale nel quale la persona con condizione
di sofferenza mentale è codificata,
abbandonata al suo silenzio ed espulsa con violenza in un linguaggio collettivo
opaco.
La
sola cura, è come preoccuparsi di, come tensione verso l’altro, come incontro a
rischio tra due soggetti e si faterapia,
reificazione, ospedale. Il bisogno si fa malattia e si trova a giocare il ruolo
accidentale fra la vita e la morte, cancellando quell’esistenza di relazione
per vivere la malattia.
Lo
stato di arretrato della nostra società, calabrese, si basa sulla ideologia
della diversità che afferma devianza e follia, fonda anche servizi che
ottimizzano il negativo, epochizzando il “malato”.
In
una società avanzata, l’ideologia della diversità si deve mutare come ideologia
dall’equivalenza, dove la condizione
della sofferenza mentale e devianza diventa “questione sociale” come processo inevitabile.
Realismo
non utopia, spetterà a noi
valorizzare queste scelte per riempire di contenuti la quotidianità sociale con
spazi pratici e praticabili dando corpo alle risorse sociali come punto di
riferimento e trasformazione di una cultura ormai obsoleta, partendo da un report dell’esistente per restituire la
soggettività a coloro che, chiusi nel proprio nucleo familiare, ne sono
completamente privati.
Bisogna
guardare ai servizi con la consapevolezza della deistituzionalizzazione, che mummifica
il corpo sociale e cancella la guarigione
e l’emancipazione.
Quello
che si chiede un impegno politico con lo scopo di produrre una società critica
intessuta d’istituzioni priva d’imballaggi nelle sue relazioni e un laboratorio che coordina scelte dove si singolarizza attraverso la partecipazione, un legame intrinseco tra parole e l’eccezionale capacità di trasformarle inazione.
Sin
a oggi s’è creato un vuoto d’identità. La società calabrese, non ha alcun
interesse alla “riabilitazione” della persona con condizione di sofferenza
mentale, lo affermano le porte chiuse dell’ospedale, delle strutture
residenziali psichiatriche, le ras, l’isolamento della domiciliarità, dove il
volto della persona sofferente rimane nello scetticismo e in una pigrizia che
va ricollegata alle roccaforti dell’arretratezza del pensiero.
Sul
ritardo che si ha della consapevolezza, frustata dall’ambiente universitario
improntata più sulla gestione ospedaliera che innovativa ai cambiamenti
culturali.
Le persone con condizione di sofferenza
mentale sono soggetti narrantinelle evoluzioni dei servizi, nelle
evoluzioni di modelli, nell’evoluzione dell’operosità che guardano e parlano con
un altro occhio che scavano nell’ombra delle coscienze intravedendo filiere
uniche, credibili fatte non solo di solidarietà ma di conoscenzae
di saperi che muove energie identificando se stessi costruendo appartenenza.
Noi
chiediamo autonomia, oggi preclusa da vincoli e da reti a murare vivi gli uni e
gli altri. L’abbandono del ruolo di paziente psichiatrico mette in frutto una
riappropriazione della persona/cittadino/a/abilità creando un terreno comune,
una relazione paritaria, una comunicazione reciproca, focalizzando sulla
persona; capacitàanziché deficit.
In tanti percorsi di formazione, queste
persone, ripeto persone, perché è questo il lessico che li raffigura, si
presentano come cittadini con le loro prospettive, con i loro desideri, con le
loro insicurezze ma soprattutto, con una volontà di istruirsi per aspirare a un
futuro lavorativo costruito su di loro, prendendo su di sé, una funzione
consapevole dei propri limiti e delle proprie capacità.
Costruirsi
e ricostruire per trovare la risposta ai bisogni collettivi, una sfida verso un
conglomerato urbano, in un città e di una comunità iniqua e con le disuguaglianze
nell’accesso a ogni forma di vita.
Le
parole che si utilizzano non sono di una cultura filosofica, paralizzate alle contraddizioni
o da un pregiudizio ma da un’analisi che mostra l’indissolubilità dialettica
del rapporto soggettività-oggettività e l’alienante necessità.
Bisogna
creare la destitualizzazione. Si tratta di ripristinare la complessità di “ciascuno”
e di ricostruire gli “spazi” di scambio affettivo e materiale, costruire
insieme non la “possibilità” ma la “certezza”, l’idea del contenimento della
libertà e della vita di scarto non doveva essere più vigente.
Storicizzare
i tabù, non inventando i valori ma l’equità, la giustizia sociale, la difesa
attiva dei soggetti deboli, i loro diritti, più libertà, più cura di sé, offrendo
idee per aprire nuove strade e speranze nelle relazioni fra genitori e figli,
tra cittadini e istituzioni.
Costruire
un modello di società avanzata per non ricadere nell’ignoranza, nella
colpa, nell’ipocrisia ed essere servi dello sciacallaggio mediatico che
discrimina e non comprende le necessità, l’aspirazione che ogni persona
sviluppa nel corso della propria vita, essere costruttori di una “democrazia
del quotidiano” che sempre più assente e sempre meno invocata. Arricchire il “bene
comune”, cooperando per un collettivo interesse individuale, restituendo la
soggettivitàper dare una rilettura
a quei ritardi archiviati come pensieri e parole di un tempo ancora vicini,
respingendo quella politica demonizzante, concatenata a parole vuote di senso,
e abbattere un sistema arcaico e dare basi a esperienze che identificano il positivo
e affermare che la fragilità è solo un dettaglio.
*Coordinamento
Regionale Unasam