Dal Ponte Morandi alla pensione: l’addio dell’eroe a quattro zampe che ha salvato vite tra le macerie

Autore Redazione Web | ven, 17 apr 2026 11:18 | Lamù Vigili-Del-Fuoco Cani-Eroi

Durante il crollo del Ponte Morandi, Lamù è stato tra i primi a entrare nell’area devastata, muovendosi tra macerie instabili e silenzio surreale

C’è chi lascia il lavoro con una stretta di mano. E poi c’è chi lo fa con uno scodinzolio, dopo aver scritto pagine di eroismo silenzioso.

Si chiama Lamù, è un pastore australiano e per otto anni è stato uno dei protagonisti meno visibili ma più straordinari dei soccorsi italiani. Oggi, però, per lui è arrivato il momento di fermarsi.

Il 12 aprile, nel giorno del suo undicesimo compleanno, Lamù ha concluso il suo ultimo turno operativo nel nucleo cinofili dei Vigili del fuoco del Friuli Venezia Giulia. Una data simbolica per chi ha dedicato la vita a cercare persone tra le macerie, spesso dove la speranza sembrava finita.

Al fianco del suo conduttore, il caposquadra Andrea Leban del comando di Gorizia, ha preso parte a oltre cento interventi. Non semplici operazioni, ma missioni che fanno la differenza tra la vita e la morte.

Tra queste, uno dei momenti più drammatici della storia recente italiana: il crollo del Ponte Morandi a Genova. In quelle ore tragiche, mentre il Paese tratteneva il fiato, Lamù era lì, tra polvere e silenzio, a fare ciò per cui era stato addestrato: cercare, trovare, salvare.

E non solo. Il suo fiuto lo ha portato anche oltre i confini nazionali, nelle missioni del team USAR Italia durante il devastante terremoto in Turchia del 2023, dove ancora una volta ha dimostrato cosa significa essere parte di una squadra che non si arrende mai.

Un curriculum che, come sottolinea anche l’ANSA, lo rende uno dei cani da ricerca più esperti del Corpo.

Oggi, però, niente più macerie né sirene. Per Lamù si apre una nuova vita fatta di riposo, coccole e quotidianità. Senza mai davvero separarsi da chi è stato il suo punto di riferimento in ogni intervento: il suo conduttore.

Perché certi legami non finiscono con una divisa appesa. Restano. Proprio come il ricordo di chi, senza parlare, ha salvato vite.

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