Il referente di Emergency in Ucraina, racconta una medicina fatta di organizzazione, ascolto e responsabilità
Dalle strade spezzate del Donetsk ai corridoi fragili della sanità pubblica calabrese, il dottor Alessandro Lamberti Castronuovo muove la sua idea di medicina come un atto concreto di responsabilità. Medico reggino e referente del progetto di EMERGENCY in Ucraina, da ottobre 2023 guida l’équipe che ha costruito una rete di cliniche in uno dei territori più martoriati dalla guerra, tra negoziati con le autorità locali, formazione del personale e cure portate nei villaggi sotto il rumore dell’artiglieria. Una medicina fatta di organizzazione, ascolto e resistenza quotidiana, che oggi incrocia anche il dibattito sul futuro del sistema sanitario calabrese e sul bando regionale per l’arrivo di nuovi medici dall’estero. Un’esperienza estrema che, inevitabilmente, interroga anche il nostro sistema sanitario. Dalla guerra in Ucraina alle fragilità della sanità calabrese, abbiamo chiesto al dottor Lamberti Castronuovo di riflettere su cosa significa oggi garantire il diritto alla cura.
Partiamo dall’Ucraina: che cosa significa fare il
medico nel Donetsk oggi, in un territorio segnato dal conflitto?
“Significa curare in condizioni di instabilità, dove
l’organizzazione del lavoro cambia in base agli allarmi, alle valutazioni dei
rischi per sé e per il personale, ai bombardamenti, alle evacuazioni e alle
interruzioni di trasporto che dipendono – soprattutto in questo periodo
dell’anno- dalle condizioni atmosferiche. Proprio ora Le scrivo da una località
vicino al fronte dove questa notte abbiamo toccato i meno diciassette gradi..
Lavorare qui significa lavorare con risorse intermittenti, tra stock-out,
carenze di personale, infrastrutture danneggiate, e necessità di improvvisare
soluzioni sicure per tutto. Ci si immagina la guerra come feriti e traumi, ma
fare il medico qui significa gestire urgenze e cronicità insieme, perché molte
persone arrivano tardi, dopo settimane o mesi di rinvii, con terapie interrotte
e bisogni sociali che diventano clinici. Quindi oltre le conseguenze dirette
della guerra, ci sono anche ferite invisibili che anni di conflitto lasciano
dietro di sé, l’interruzione di terapie per chi ha malattie croniche che si
trasforma in complicanze acute e un impatto pesante sulla salute mentale degli
operatori ma soprattutto delle persone che assistiamo. Fare il medico, qui,
significa anche proteggere dignità e fiducia. In contesti di trauma,
sfollamento e paura, ascolto, continuità e orientamento ai servizi diventano
parte integrante della cura”.
Qual è stata la difficoltà più grande nel costruire
una rete di cliniche in un’area così instabile?
“A mio avviso la difficoltà più grande è stata rendere
“affidabile” una rete in un contesto che, per definizione, è imprevedibile.
Significa reclutare e trattenere personale in aree esposte al rischio, chiarire
ruoli tra attori diversi e costruire fiducia nella comunità, soprattutto quando
molte persone sono sfollate, isolate o diffidenti verso tutto. Significa anche
mantenere la continuità dei servizi quando sicurezza, accesso stradale,
energia, connettività, staff e forniture possono cambiare da una settimana
all’altra. E come si fa? Noi abbiamo scelto di partire dalla comunità stessa,
reclutando figure non sanitarie, i Community Health Workers, persone formate e
selezionate direttamente nei villaggi che supportiamo. Il loro ruolo è fare da
anello di congiunzione tra comunità e sistema, mappare i bisogni che conoscono
in modo diretto e diventare un punto di riferimento, facilitando comunicazione,
orientamento e accesso ai servizi. Per questo il nostro intervento non è parallelo,
ma integrato nel sistema locale. La scelta è stata ragionare sul sistema
sanitario come un unicum, dalla comunità all’ospedale passando per l’accesso
alle cure primarie. Non guardare solo ai servizi dell’organizzazione che
rappresento, ma al sistema nel suo insieme. E concepire l’intervento umanitario
non come risposta spot, ma come un’azione integrata nel sistema sanitario
locale che dovrà reggere e restare anche quando la guerra finirà. Ogni componente
è essenziale, dal servizio pubblico alle organizzazioni internazionali, dagli
attori istituzionali locali alle associazioni della società civile. E la
differenza la fa il coordinamento tra queste parti”.
L’esperienza in Ucraina ha cambiato il suo modo di
intendere la professione medica?
“Cambiato, no, ma rafforzato, molto. Professionalmente
sono nato come medico d’emergenza e mi sono sempre interrogato sulle ragioni
che spingono tanti pazienti ad andare in pronto soccorso, pazienti che, spesso,
hanno bisogno soprattutto di un interlocutore, più che avere una vera
emergenza. Da lì ho iniziato a studiare e a trasferire questa domanda clinica
nella ricerca operativa sull’accesso alle cure, soprattutto in sistemi a basse
risorse o contesti difficili come la guerra. Seguo progetti in Ucraina, ma
anche a Gaza, in Afghanistan e in Italia. Tutto, però, è visto attraverso la
stessa lente, quella delle barriere che si frappongono tra una persona e il
servizio di cui ha bisogno. A volte, soprattutto per le categorie più
vulnerabili, queste barriere diventano così insormontabili da scoraggiare
l’accesso, far rinunciare alle cure, oppure spingere le persone a cercare aiuto
solo quando la situazione è già grave, finendo in pronto soccorso. Dall’Ucraina
all’Afghanistan, passando per Gaza, la mia domanda è sempre la stessa, e cioè
quali sono le barriere all’accesso alle cure e come garantire assistenza ed
equità. Non solo per chi riesce ad accedere al sistema sanitario, ma anche per
chi rinuncia o ritarda perché le barriere sono troppe. In Ucraina queste
barriere includono insicurezza, distanze, servizi interrotti e strutture
danneggiate. In altri contesti assumono forme diverse, ma l’effetto è simile. Questo
è come intendo io la mia professione di medico, un aiuto clinico serio e
professionale per la salute individuale, ma con un’attenzione costante a
rendere il sistema più equo e a ridurre le barriere, soprattutto per chi è più
fragile”.
Da medico calabrese impegnato all’estero, come guarda
oggi alla condizione del sistema sanitario in Calabria?
“Se guardiamo alla Calabria con la stessa lente delle
barriere d’accesso, le ragioni sono, ovviamente, diverse dai contesti di guerra
o di crisi dove opero abitualmente, ma l’effetto è simile. Le barriere, spesso,
sono prodotte dal sistema stesso. Riguardano la disponibilità di strutture, la
carenza di personale, la discontinuità dell’offerta, oltre che la difficile
raggiungibilità di territori isolati. Penso a molte aree interne e alla fascia
ionica, dove vivono comunità per lo più di anziani dove i bisogni sono maggiori
e dove c’è più necessità di assistenza continuativa e di prossimità. E a queste
barriere di sistema si sommano ostacoli individuali, come la scarsa conoscenza
dei servizi o problemi economici, che diventano determinanti quando l’unica
alternativa concreta è il privato for-profit o lo spostamento. Il risultato è
che accede più facilmente chi se lo può permettere, chi può pagare uno
specialista, chi riesce a reggere l’attesa delle liste, chi ha mezzi e reti
familiari per curarsi fuori dalla Calabria. È un’analisi impietosa, certo, ma
altrettanto complessa che non ha una sola soluzione. Allo stesso tempo, da noi ci
sono segnali di qualità e capacità, reparti che lavorano ad alto livello,
professionisti eccellenti, esperienze virtuose. E tanti attori che, se ben
integrati, possono contribuire a garantire servizi in modo complementare e
sinergico. Vedo una responsabilità condivisa di tutti dentro il Sistema
Sanitario Nazionale, che dovrebbe essere governato con una visione d’insieme e
misurato su un obiettivo semplice, ovvero ridurre le barriere e garantire
equità di accesso, soprattutto per chi è più fragile. Pensare che il SSN, da solo, sia una coperta
abbastanza grande per coprire tutto e tutti, oggi rischia di essere
un’illusione. Più realistico è riconoscere che il SSN può farcela se mette a
valore, in modo governato e trasparente, il contributo di altri attori che
lavorano nella salute, incluso il terzo settore. La pandemia da COVID-19 ce lo
ha insegnato chiaramente. In quel periodo, la collaborazione tra servizi
pubblici e organizzazioni sul territorio ha permesso di raggiungere persone e
comunità che altrimenti sarebbero rimaste ai margini e che, comunque, hanno
pagato il prezzo più alto della crisi”.
Crede che l’arrivo di “camici bianchi dall’estero”
possa essere una soluzione strutturale o solo un intervento emergenziale?
“Come dicevo prima, la mancanza di risorse umane è solo
una delle tante problematiche del nostro sistema sanitario regionale. Se fosse
un problema di matematica, “ne mancano dieci, ne assumo dieci” avremmo risolto.
In realtà, sappiamo tutti che non funziona così, perché le difficoltà non
dipendono solo dai numeri, ma dall’organizzazione, dalle condizioni di lavoro,
dalla qualità delle strutture, dalla governance, dai percorsi di carriera e dal
senso di fiducia nel sistema. Se dipendesse solo dai numeri, tra qualche anno,
potremmo persino trovarci con un esubero di medici per via delle nuove regole
di accesso e formazione. Per questo,
anche se domani arrivassero nuovi professionisti, il rischio è di avere più
personale “sulla carta” senza trasformare davvero quella disponibilità in
accesso reale per i cittadini. Ma se proprio si vuole ragionare di numeri e di
incentivi per rendere la Calabria più attrattiva, questi dovrebbero essere
pensati anche per chi è già qui e tiene in piedi i servizi ogni giorno, e
dovrebbero includere almeno il personale infermieristico, che è sotto pressione
e spesso sottopagato quanto, se non più, dei medici. Se non si interviene su
come il sistema lavora e trattiene le persone, le fragilità restano, servizi
disorganizzati, percorsi di cura frammentati, liste d’attesa ingestibili, e
professionisti che non rimangono perché l’ambiente non è attrattivo. Detto
questo, non credo che le persone se ne vadano o tornino solo per i soldi.
Lasciare le proprie radici è doloroso, ma rientrare non è una scelta che si fa
per qualche euro in più. Il punto vero è poter lavorare in un sistema che
funziona, che mette davvero il paziente al centro, che ha procedure
trasparenti, organizzazione chiara, infrastrutture adeguate e un clima
professionale basato su merito e responsabilità, non su approssimazione o
favori. Se queste condizioni non cambiano, l’arrivo di “camici bianchi
dall’estero” rischia di essere un intervento tampone, utile, forse, nel breve
periodo, ma non una soluzione strutturale”.
L’esperienza di EMERGENCY insegna qualcosa che
potrebbe essere applicato anche alla sanità regionale, in termini di
organizzazione e visione?
“EMERGENCY è in Calabria dal 2013 e continua a garantire
attività gratuite, mantenendosi aperta anche a intervenire dove emergono
bisogni non coperti. L’esperienza maturata in contesti diversi insegna
soprattutto un punto organizzativo. Se si vogliono affrontare problemi
complessi bisogna ragionare in modo sistemico, rafforzando la continuità del
percorso di cura tra livelli diversi e migliorando il coordinamento tra attori.
Non basta potenziare una singola prestazione o un singolo servizio. Serve imparare
a lavorare in sinergia, costruire connessioni tra territorio, cure primarie,
ospedali, servizi sociali e terzo settore, in modo che le persone non si
perdano lungo il percorso o non rinuncino ad entrarci. In altre città questo
approccio ha dimostrato di funzionare. Una ONG può lavorare in integrazione con
il SSN e con i servizi territoriali per aumentare la capacità del sistema di
intercettare bisogni e trasformarli in risposte concrete. Accompagnando le
persone nell’orientamento ai servizi, nella riduzione delle barriere
informative e burocratiche, nella gestione dei passaggi tra livelli di cura.
Questo non riguarda solo i migranti. Riguarda chiunque, per motivi economici,
logistici, informativi o amministrativi, faccia fatica ad accedere alle cure. In
Calabria, negli ultimi anni, sono state avanzate, da parte nostra, disponibilità
e proposte operative in questa direzione, anche attraverso interlocuzioni e
percorsi di co-progettazione. In alcuni casi, però, queste opportunità non
hanno poi trovato un seguito operativo. È un dato importante, perché senza
un’integrazione reale e continuativa con il sistema pubblico, il rischio è che
iniziative gratuite e complementari restino una goccia nell’oceano, con un
impatto troppo limitato rispetto ai bisogni del territorio. La lezione, quindi,
è che servono governance chiara, processi condivisi e collaborazione stabile.
Solo così l’azione di tutti gli attori del sistema sanitario può tradursi in
accesso più equo e continuità di cura per le persone più fragili”.
Se potesse dare un consiglio alle istituzioni
calabresi, quale sarebbe la prima priorità da affrontare per restituire fiducia
ai cittadini?
“La prima priorità è tornare a guardare il sistema
sanitario come un unicum e rafforzarlo nel suo insieme, partendo dalla comunità
e dalle cure primarie. Questo significa fare un’analisi seria delle barriere
che oggi limitano l’accesso nella provincia di Reggio, non per impressioni ma
con dati, e mappare tutti gli attori che possono contribuire. L’obiettivo è capire
chi può fare cosa, dove e con quali responsabilità, per costruire percorsi di
cura chiari e continui. Ci sono esempi concreti che mostrano che la
collaborazione funziona. Penso, ad esempio, a modelli in cui programmi di
screening vengono estesi e coordinati anche con le strutture convenzionate,
aumentando copertura e prossimità senza creare duplicazioni. Iniziative di
questo tipo possono essere molte, se governate bene. Un altro punto è
“demigrantizzare” le organizzazioni del terzo settore come la nostra, ovvero
superare l’idea che siano presenti solo per occuparsi di migranti. Bisogna
uscire da questa lettura riduttiva e riconoscere che le barriere all’accesso
colpiscono tante categorie, anziani soli, persone con disabilità, famiglie con
pochi mezzi, chi vive in aree periferiche o interne. Il terzo settore può
contribuire a ridurre queste barriere e a rafforzare l’accesso, ma solo se è
inserito in una strategia di sistema, con ruoli chiari e integrazione con il
pubblico, non se opera in modo parallelo, assistenzialistico o con interventi
episodici. Infine, serve un lavoro di trasparenza e apprendimento. Capire, con
evidenza scientifica e in modo onesto, quali lezioni sono emerse finora e quali
buone pratiche esistono già nel pubblico, nel terzo settore. E ripartire da lì,
con obiettivi misurabili, responsabilità chiare e coordinamento reale. Questo,
più di ogni slogan, è ciò che restituisce fiducia”.
Tornare a lavorare stabilmente in Calabria è
un’ipotesi che tiene aperta?
“Guardi, per la vita che faccio, “stabilmente” è un
avverbio di cui ho quasi dimenticato il significato. “Flessibilmente” mi
descrive molto meglio. Mi piace il lavoro umanitario perché mi consente di
tenere insieme la clinica e la riflessione sui sistemi sanitari. Mi interessa
molto anche il mondo accademico, soprattutto per la formazione dei giovani
professionisti. E mi appassiona il lavoro di analisi dei contesti e dei
problemi di sistema, per costruire soluzioni complesse e partecipate, non
calate dall’alto. Se dovessi trovare un’opportunità che mi permetta un livello
simile di flessibilità e di integrazione, certamente la prenderei in
considerazione”.