La verità è semplice e scomoda: il degrado non nasce tra i professionisti, ma molto prima. Nei settori giovanili
Negli ultimi mesi stiamo assistendo all’ennesima escalation: arbitri aggrediti, minacciati, insultati. Non è più un'eccezione, è diventata quasi una routine. E il problema non riguarda solo i campi di provincia: pian piano l’intero sistema calcistico sta cedendo, dalle categorie più alte a quelle minori. È come se tutto crollasse partendo dalle fondamenta, e noi, invece di sistemare le crepe, continuiamo a parlare di regolamenti sull’alluce in fuorigioco. Come se il problema fosse capire se il dito del piede supera la linea, mentre a bordo campo manca completamente ciò che davvero dovrebbe essere imprescindibile: il rispetto.
La verità è semplice e scomoda: il degrado non nasce tra i professionisti, ma molto prima. Nei settori giovanili.
Sì, proprio lì dove dovremmo educare al gioco, al gruppo, alla disciplina, all’imparare a perdere. E invece? Spesso e volentieri troviamo bambini di 8 anni con procuratore al seguito, genitori che urlano “mio figlio è un fenomeno”, e altri che, dalle tribune, partono con parolacce, offese personali, accuse agli arbitri e agli avversari manco stessero giocando una finale di Champions.
E poi ci chiediamo perché i ragazzini si sentono autorizzati a insultare, spingere, litigare. È semplice: imitano quello che vedono.
Il risultato è che la base del calcio, quella vera, educativa, pulita, si sta sgretolando sotto i nostri occhi.
E intanto gli arbitri? Vengono lanciati in pasto a un mondo enorme dopo qualche giorno di preparazione, due lezioni sul regolamento e una divisa stirata bene. Poi via, nel caos. Senza strumenti reali, senza protezione, senza una rete che li sostenga. E mentre provano a fare il loro dovere, c’è sempre la corrosione del sistema pronta ad avvicinarli: basti ricordare il caso Milone, che ha denunciato una richiesta di 3 mila euro in cambio di informazioni. Un gesto di coraggio che dimostra quanto il marcio sia già arrivato dappertutto.
Serve un cambiamento culturale, prima ancora che sportivo o tecnico.
L’educazione civica deve entrare nei campi, negli spogliatoi, nelle tribune. Bisogna dire le cose come stanno:
bambini e famiglie maleducate devono essere allontanate dalle scuole calcio, finché non capiscono che il pallone è un gioco e che il rispetto non è opzionale.
Chi non rispetta gli arbitri, gli avversari, gli allenatori, gli stessi compagni, non può far parte di questo sport. Punto.
Perché possiamo anche aggiornare il regolamento mille volte, inventarci sensori nell’erba e linee virtuali per capire se un alluce è mezzo centimetro oltre…
ma se non ricostruiamo la cultura sportiva, saranno solo cerotti su una frattura aperta.
Il calcio è lo sport più bello del mondo, ma sta diventando terreno fertile per frustrazione, violenza e ignoranza.
Se davvero vogliamo salvarlo, dobbiamo partire dai più piccoli, dalle famiglie, dal rispetto dell’arbitro, che è la figura più fragile e più esposta.
Ricordiamoci che senza arbitro, la partita non inizia.
E senza educazione, il calcio finisce.