Perché dietro ogni fotografia c’è una storia. E dietro quella di Anthea oggi c’è soprattutto una famiglia che piange
La morte di Anthea ha aperto una ferita che va ben oltre il dolore di una famiglia. Una ferita che riguarda il modo, sempre più spesso fuori controllo, con cui i social vengono utilizzati davanti a tragedie che meriterebbero soltanto rispetto, silenzio e umanità.
A dirlo, con parole dure e cariche di dolore, è lo zio della giovane, che si è lasciato andare a uno sfogo per chiedere una cosa apparentemente semplice, ma evidentemente non così scontata: non utilizzare più l’immagine di sua nipote.
«Basta post usando l’immagine di mia nipote, stop a reel inventati», è il senso della sua richiesta. Una richiesta che non dovrebbe nemmeno essere formulata, perché davanti alla morte di una ragazza non c’è alcun contenuto da costruire, nessuna visualizzazione da inseguire, nessun reel da inventare.
E invece, ancora una volta, foto e video sono diventati materiale da condividere, rilanciare, trasformare in contenuto. Anche quando quelle immagini appartengono a un momento di dolore. Anche quando dietro una fotografia non c’è una notizia, ma una persona. Una ragazza. Una nipote. Una figlia. Una vita spezzata.
È questo, forse, l’aspetto più amaro di tutta questa vicenda: la progressiva perdita del senso del limite.
I social hanno trasformato tutto in immagini, numeri, visualizzazioni e condivisioni. Ma non tutto può diventare un contenuto. E soprattutto non tutto deve essere pubblicato.
Raccontare una tragedia è una cosa. Sfruttare l’immagine di chi non c’è più è un’altra.
Inventare reel, utilizzare fotografie senza rispetto per il dolore dei familiari, riproporre continuamente immagini di una giovane morta tragicamente non significa informare. Non significa ricordare. E non significa fare giornalismo.
Significa, troppo spesso, dimenticare che dall’altra parte dello schermo ci sono persone che stanno vivendo il momento peggiore della loro vita.
La richiesta dello zio dovrebbe bastare. Anzi, dovrebbe arrivare prima ancora di essere pronunciata: lasciate stare l’immagine di Anthea.
Non tutto ciò che può essere pubblicato deve essere pubblicato.
Perché dietro ogni fotografia c’è una storia. E dietro quella di Anthea oggi c’è soprattutto una famiglia che piange.
E davanti alla morte, prima dei social, prima delle visualizzazioni e prima della voglia di esserci a tutti i costi, dovrebbe esserci una parola che sembra essere diventata terribilmente difficile da ricordare: rispetto.