Il silenzio, oggi, fa più rumore di qualsiasi sconfitta.
Un tempo calcava i palcoscenici più importanti d’Italia. San Siro, l’Olimpico, il Delle Alpi: la Reggina portava in alto il nome della Calabria, scrivendo pagine di storia indelebili e diventando una delle prime “provinciali” a imporsi con orgoglio e dignità nella massima serie. Oggi, di quella squadra e di quello spirito resta solo il ricordo. Il presente è un’ombra sbiadita, un momento nero che sembra non avere fine.
Il dato più preoccupante, però, non sono solo i risultati o le prestazioni in campo, spesso umilianti, con avversari che arrivano al Granillo con gli occhi che brillano e impartiscono lezioni di calcio, ma l’indifferenza generale che aleggia intorno alla Reggina. Nessuno sembra voler fare davvero qualcosa. Nessuno che alzi la voce, che prenda posizione, che provi a difendere un simbolo che ha rappresentato per anni l’orgoglio di un’intera città.
Sia chiaro: non è un attacco personale. Perché chi ama la Reggina non può che desiderarne il bene. E perché con la Reggina cresce anche Reggio Calabria. Il male della Reggina, dunque, non lo vuole nessuno. Ma i fatti parlano da soli, e le continue notizie che ogni giorno circolano sul club, vere, presunte o distorte che siano, hanno trasformato una società gloriosa in un argomento da chiacchiera da bar.
L’ultima, in ordine cronologico, riguarda Montalto: si dice che abbia lasciato il centro sportivo Sant’Agata e sia vicino alla rescissione. Notizia non confermata, certo, ma a questo punto poco importa. Perché la Reggina, oggi, è diventata una voce in bocca a tutti, e chi più ne ha più ne metta.
Nel calcio, si dice spesso che i panni sporchi si lavano in famiglia. Ma qui, di “famiglia”, sembra non esserci più traccia. E mentre i risultati continuano a non arrivare, c’è chi viene cacciato senza un reale motivo, come Trocini, e chi viene messo in condizioni di lavoro al limite, come Torrisi.
La Reggina è Reggio Calabria. Non “rappresenta”, ma è.
Quel verbo, nella sua semplicità, racchiude tutto: una simbiosi profonda, un legame viscerale tra squadra e città. Una città che per anni è stata etichettata per motivi sbagliati, ma che attraverso la Reggina aveva trovato riscatto, orgoglio e identità. Oggi, invece, sembra crollare insieme alla sua squadra, in un silenzio che pesa più di qualsiasi retrocessione.
Scrivere che questo sia il punto più basso della storia amaranto, ormai, conta poco.
Scrivere che nessuno si smuova, invece, dice tutto.
Braccia conserte, post social che non servono a nulla, chiacchiere da bar che si moltiplicano. Ma chi, concretamente, sta facendo qualcosa per sbloccare questa situazione critica?
Chi si sta assumendo la responsabilità di ridare dignità e orgoglio a una maglia che non merita di essere umiliata così?
Il silenzio, oggi, fa più rumore di qualsiasi sconfitta.
Perché quando una città intera smette di reagire, quando la passione di un popolo abituato a lottare si spegne nell’indifferenza, allora sì, si tocca davvero il fondo.
La Reggina non è solo una squadra di calcio: è un simbolo, un sentimento, un pezzo d’identità collettiva che non può e non deve essere lasciato morire tra voci di corridoio e comunicati mai arrivati.
È tempo di guardarsi negli occhi, di dire le cose come stanno e, soprattutto, di agire.
Perché Reggio senza la Reggina non esiste.
E la Reggina, senza chi la ama davvero, non potrà mai rinascere.