E nel calcio, come nella vita, quando smetti di metterci il cuore, non c'è modulo che tenga
Il giorno dopo il derby dello Stretto resta un'amara consapevolezza. Mentre a Messina si festeggia un'impresa che ha il sapore della rivincita sportiva, a Reggio Calabria si fa i conti con una realtà che ormai non può più essere ignorata.
Dall'altra parte dello Stretto, una squadra partita con un -14 in classifica, costruita in fretta e furia, con giovani calciatori che hanno accettato una sfida quasi impossibile, ha dimostrato qualcosa che va oltre il calcio giocato. Il Messina di mister Romano ha messo in campo cuore, sacrificio e un attacco alla maglia che raramente si vede in Serie D. Un gruppo che ha giocato con orgoglio, con quella “grinta in più” capace di colmare qualsiasi lacuna tecnica o tattica. Nessuno, alla vigilia, avrebbe scommesso un centesimo su di loro. Eppure, hanno vinto tutto: il derby, il rispetto e la dignità.
Sul fronte opposto, la Reggina ha mostrato il volto peggiore di sé. Una squadra annunciata come “forte”, costruita per dominare, ma che in campo continua a smarrirsi partita dopo partita. Il derby non ha fatto altro che confermare i timori di inizio stagione: questa non è, e non può essere, la squadra che rappresenta la storia e il nome della Reggina.
In conferenza stampa, il patron Ballarino non ha usato giri di parole: chi non ha voglia di restare, può andare. Un messaggio diretto, netto, di chi tutela l'allenatore e prende le distanze da chi, evidentemente, non sta onorando la maglia.
Mister Trocini, a fine gara, è rimasto seduto in panchina, lo sguardo basso, consapevole del peso di una sconfitta che va oltre il risultato. Le sue scelte possono non essere sempre condivise, ma le colpe, quelle vere, vanno cercate altrove.
Il derby ha detto la verità più dura: il Messina ha giocato con l'anima, la Reggina no. E nel calcio, come nella vita, quando smetti di metterci il cuore, non c'è modulo che tenga.