Violare questo spazio significa interrompere un percorso di formazione etica e culturale che appartiene non solo a una squadra, ma a un’intera città
Per chi ama il calcio, il campo non è soltanto un terreno di gioco: è un luogo sacro, dove si condividono passioni, sogni, delusioni e gioie. Qui nascono amicizie e si consolidano rapporti di stima che durano una vita, anche se col tempo non ci si incontra più.
I più giovani crescono e imparano sul campo: litigano, fanno pace, costruiscono le basi del loro essere. Chi li allena, li organizza e li guida sente addosso una responsabilità fondamentale, non solo tecnica, ma soprattutto educativa. Il calcio diventa così uno strumento di crescita personale e sociale, capace di trasmettere valori e disciplina.
Violare questo spazio significa interrompere un percorso di formazione etica e culturale che appartiene non solo a una squadra, ma a un’intera città e a un territorio. Entrare in un campo di calcio senza rispetto per questi valori significa tradire lo sport stesso. Si va sul campo solo se si condividono sacrifici, sudore e passione di chi lo frequenta e lo ama: altrimenti, l’accesso è vietato.
Quanto accaduto al campo di calcio "Vescovado" di Ardore ha suscitato indignazione tra chi vive il calcio con dedizione e amore. Ogni calciatore, allenatore, dirigente o arbitro dovrebbe sentirsi ferito nel profondo, indipendentemente dal luogo in cui si è verificato il vile gesto.
Come sottolinea Saverio Mirarchi: “Un campo di calcio è ovunque un luogo sacro per chi, come me, ci è cresciuto dentro. Viva il calcio, sempre e comunque.”
Il rispetto per il calcio è rispetto per chi lo vive e per i valori che esso insegna. Che l’episodio di Ardore serva da monito: il calcio va protetto, sempre.