Il calcio si ferma. Un bambino vola via, un padre resta in ginocchio
Ci sono notizie che non dovrebbero mai esistere. Notizie che infrangono ogni equilibrio, ogni logica, ogni certezza. Notizie che arrivano come un fulmine, e lasciano solo silenzio, lacrime e un senso di ingiustizia troppo grande da sopportare.
È ciò che è accaduto nelle scorse ore a Matthias Verreth, centrocampista belga da poco approdato al Bari. Era in ritiro con la squadra a Roccaraso, tra una seduta di allenamento e una pausa pranzo condivisa con i compagni, quando gli è crollato il mondo addosso: dall'altra parte d'Europa, in Belgio, il suo bambino, il secondogenito, appena un anno di vita, era volato via per sempre.
Un urlo, disperato, ha squarciato la normalità di un giorno qualunque. Un urlo che nessun genitore dovrebbe mai emettere. Un dolore che nessuna parola potrà mai consolare. Perché la perdita di un figlio non ha senso, non ha logica, non ha paragoni. È un vuoto che resta, che brucia dentro, che toglie il respiro.
Il calcio si è fermato. I compagni, lo staff, la società: tutti si sono stretti in un abbraccio silenzioso, incredulo. Il presidente Luigi De Laurentiis ha accompagnato personalmente Verreth all'aeroporto di Fiumicino, per permettergli di tornare dalla sua famiglia. E il Bari ha annullato tutto: niente più ritiro, niente più amichevoli. Perché davanti a una tragedia così, nulla ha più senso.
Il mondo dello sport ha risposto con una solidarietà composta ma sincera, perché a prescindere dai colori, dai ruoli, dalle rivalità, davanti a certe notizie siamo tutti solo esseri umani, fragili, spiazzati, impotenti.
Non ci sono parole giuste. Nessuna frase sarà mai abbastanza per lenire il dolore di una madre, di un padre, di una famiglia spezzata. Ma forse, in questo silenzio carico di amore, rispetto e vicinanza, si può trovare una forma di umana condivisione. Perché il dolore, quando è così profondo, ha bisogno solo di mani tese e cuori presenti.
E oggi, il cuore di tutti è lì, accanto a Matthias Verreth e alla sua famiglia.