Dall’urlo di Canotto nel 2023 al trionfo nei playoff di Serie D: due anni dopo, la Reggina torna a far battere il cuore del Granillo, tra memoria, orgoglio e amore senza condizioni
Ci sono giorni che ritornano. Anche quando il tempo cerca di cancellarli, anche quando il calcio ti mette alla prova, togliendoti ciò che avevi costruito con fatica e amore. Il 19 maggio è uno di quei giorni che non passano, perché ha messo radici nel cuore di una città intera.
Era il 2023. Una stagione piena di speranza, di passione, di sogni ancora possibili. Ultimi secondi di una partita tesa, palpitante. Poi, al 94’, Gigi Canotto, figlio del Sant’Agata, cresciuto con l’amaranto addosso come una seconda pelle, siglava il gol che regalava alla Reggina l’accesso ai playoff di Serie B.
Un urlo liberatorio, un boato che attraversava Reggio da un capo all’altro, un figlio che tornava a casa per firmare una pagina indimenticabile. Era una promessa d’amore.
Poi, il silenzio. L’incredulità. Il fallimento. La Serie D. Le lacrime di chi non meritava di precipitare. Ma la Reggina non è mai stata solo una squadra. È una madre. E le madri non muoiono, nemmeno quando sembrano scomparse.
Due anni dopo, quasi come se il destino volesse ricordarcelo con un sospiro, la Reggina ha vinto di nuovo. Questa volta i playoff non portavano a un’altra serie, non c’era nessuna porta spalancata su un futuro immediato. Ma c’era il presente. E c’era il Granillo.
Lo stadio si è acceso ancora, come sapeva fare nei giorni belli. Ha tremato, ha cantato, ha pianto.
Non per una medaglia. Per un’emozione.
In panchina, un altro volto da custodire: Bruno Trocini. L’uomo della rinascita. Quello che ha saputo raccogliere i frammenti e costruire di nuovo qualcosa di credibile. Osannato, amato, rispettato.
Cuori diversi, stessa anima. Ieri Canotto, oggi Trocini. Un filo amaranto che non si spezza, che lega passato e presente.
Perché alla fine, la Reggina resta. Con i suoi dolori, le sue cadute, i suoi slanci. Con i suoi figli che tornano e con quelli che la risollevano. Resta madre. Resta casa.
E casa, anche quando vacilla, è sempre il posto in cui torni.
Il 19 maggio resta un faro nella notte. E anche se ieri non era quella data precisa, qualcosa nell’aria l’ha fatta tornare viva. Reggio lo sa. Chi ama davvero, lo sa.
La categoria non conta. Conta chi sei, quando nessuno guarda. Conta esserci, anche quando fa male. Conta l’amaranto. Conta la Reggina. Sempre.