Il corpo negato: quando i pazienti psichiatrici diventano invisibili

Autore Giorgia Rieto | mar, 19 ago 2025 19:30 | Operatore-Sociale Reggio Calabria

Giuseppe Foti racconta la sua esperienza ed il proprio stato d’animo da operatore sociale 


 

Ho imparato che lo stigma non urla, ma sussurra. Non lo leggi su un cartello: lo cogli negli sguardi, nei silenzi, nei piccoli gesti che trasformano una persona in un'etichetta. Nel mio lavoro di educatore psichiatrico l'ho visto accadere ovunque: nelle strade, nei posti di lavoro, a scuola, negli ospedali, perfino nelle famiglie. Ècome se la società a un certo punto smette di vedere un essere umano e comincia a percepire solo un problema, un rischio, una minaccia. Resta solo un pregiudizio antico, duro a morire.

Il paradosso è amaro: proprio quando la fragilità chiede ascolto, le barriere diventano più alte. Invisibili, ma pesanti. Fatte di pazienza e indifferenza, rendendo chi soffre ancora più solo.

Per me, e per molti operatori del sociale che vivono accanto a queste persone, sappiamo chedietro ogni volto non c'è un “utente” o un “caso”, c'è una parte della nostra vita quotidiana. Condividiamo giornate, difficoltà, piccole conquiste, ricorrenze e anche momenti di gioia inattesa. Ogni volta che qualcuno viene messo da parte o dimenticato, non perdiamo solo lui, ma è la comunità intera che si impoverisce, perché ogni persona è parte di un noi più grande.

Ho deciso di scrivere di queste esperienze perché il silenzio non aiuta. Raccontarle significa difendere un diritto fondamentale: essere visti e curati come persone, non come diagnosi o come un peso da isolare. Significa ricordare che la legge 180 del 1978 ha sancito la pari dignità di tutti i pazienti, ma che nella pratica quotidiana questa dignità va ancora difesa, giorno dopo giorno.

Ed è per questo che la recente pubblicazione della bozza del Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 mi ha colpito in modoamaro. Lo attendevamo da tredici anni, con la speranza di una svolta verso una salute mentale realmente radicata nei diritti, nella prossimità e nell'umanità. Ma leggendo quelle pagine ho ritrovato troppa distanza dalla realtà quotidiana delle comunità, troppo spazio a una visione medico-centrica e poca attenzione al lavoro silenzioso e continuo che si fa sul territorio. Non basta scrivere di integrazione se poi non si mettono risorse, formazione e strumenti per garantire che chi ha bisogno venga ascoltato come persona e non gestito come problema.

Finché una persona con disagio mentale non sarà riconosciuta per ciò che è, un essere umano con la sua dignità, con i suoi bisogni e con i suoi sogni, resterà sempre l'ombra dello stigma.

E questa invisibilità la vediamo ogni giorno, nello sguardo che si abbassa per evitare l'incontro, nella distanza che si crea nei rapporti, nella paura che si allontana invece di avvicinare. È un'invisibilità che pesa come un silenzio collettivo, che rende chi soffre di disagio mentale più solo e più fragile.

La domanda, allora, è semplice: quante volte, nella nostra vita, abbiamo guardato realmente la persona davanti a noi, e quante volte invece abbiamo visto solo l'etichetta?

 

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