Sanità malata: a Reggio Calabria si emigra per sopravvivere

Autore Redazione Web | sab, 05 apr 2025 18:02 | Calabria Sanita Reggio Calabria

Sanità al collasso in Calabria: sempre più pazienti costretti a curarsi lontano da casa

Tra guasti alle apparecchiature, errori operatori e liste d’attesa infinite, i pazienti calabresi sono costretti a indebitarsi e a fuggire al Nord per curarsi. La testimonianza di un anziano con la moglie oncologica: “A Reggio non è concesso neanche ammalarsi”.

“Abbiamo dovuto scegliere tra indebitarci o perdere la vita. A Reggio Calabria curarsi è diventato impossibile.”

È un grido di dolore, quello lanciato da un anziano cittadino reggino che ha deciso di raccontare pubblicamente il calvario vissuto insieme alla moglie, paziente oncologica. Un racconto che si fa denuncia, specchio di una sanità regionale ormai al collasso. Un’emergenza silenziosa che costringe migliaia di famiglie calabresi a fuggire dalla loro terra per cercare, altrove, il diritto alla cura.

L’errore chirurgico e il viaggio verso la speranza

La vicenda inizia al GOM (Grande Ospedale Metropolitano) di Reggio Calabria, dove la donna viene operata per una recidiva oncologica. Un intervento che avrebbe dovuto rappresentare un passo verso la guarigione si trasforma invece in un incubo: durante l’operazione viene dimenticato un corpo estraneo nel suo corpo, causando una grave infiammazione visibile anche esternamente.

“A Reggio non ci davano soluzioni. Abbiamo preso tutto quel che avevamo e siamo andati all’IEO di Milano. Lì, in tempi rapidi, è stata operata e le è stata rimossa anche una nuova recidiva. Un trattamento umano, professionale, efficace. Il contrario di quello che abbiamo subito qui.”

Un’intera regione in fuga per curarsi

Il loro caso non è isolato. Secondo i dati ufficiali, il 42,9% dei pazienti oncologici calabresi è costretto alla mobilità sanitaria, spesso a centinaia di chilometri da casa. Solo tra il 2023 e il 2024, la spesa per la mobilità passiva in Calabria è aumentata di oltre 13 milioni di euro, passando da 294 a 307 milioni. Una cifra impressionante, che va ad arricchire le casse delle strutture del Nord e a impoverire quelle calabresi.

Dal 2010 al 2021, la regione ha speso 2,7 miliardi di euro in mobilità sanitaria. Ma ciò che è ancora più grave è che, a fronte di questi numeri, nulla sembra cambiare.

Apparecchiature guaste e nessuna alternativa

Oltre agli errori operatori, a peggiorare la situazione sono le gravi carenze tecnologiche. L’ennesima beffa arriva dal reparto di radiologia dell’ospedale Morelli di Reggio Calabria: una MOC prenotata nel 2024 per il 6 maggio 2025 è stata cancellata all’ultimo momento a causa di un’apparecchiatura guasta, senza offrire alcuna alternativa o data successiva.

Eppure, quell’esame era indispensabile per il rinnovo del piano terapeutico della moglie, affetta da osteoporosi. “Ogni anno servono esami aggiornati per poter ricevere i farmaci. Senza MOC, niente terapia. E senza terapia… il rischio è altissimo.”

Disorganizzazione e silenzi istituzionali

Nonostante i fondi del PNRR e altre risorse europee siano a disposizione della sanità regionale, la programmazione resta inesistente. Non si acquistano nuove apparecchiature, non si sostituiscono quelle guaste. Nessuna pianificazione a lungo termine. Nessuna rete di supporto.

E mentre le strutture cadono a pezzi, anche l’accessibilità peggiora: l’ingresso dell’ospedale Morelli su via Sbarre Superiori è perennemente chiuso. Chi arriva con i mezzi pubblici è costretto a camminare per centinaia di metri, spesso su marciapiedi dissestati, fino a viale Europa, dove anche trovare un parcheggio diventa un’impresa.

“A Reggio si vive solo se puoi permettertelo”

“La vita è una. Chi può, paga. Chi non può, rinuncia. Noi reggini siamo costretti a emigrare anche per curarci, dopo aver già perso i nostri figli partiti per studiare e lavorare altrove. Ora dobbiamo scegliere tra vivere o indebitarci. È una vergogna che pesa su chi ha il dovere di garantire il diritto alla salute.”

Un’amara riflessione che suona come una condanna. Ma anche come un appello. Affinché la politica, le istituzioni, la sanità locale escano dal silenzio e restituiscano dignità a un territorio che chiede solo di poter curare i propri malati. Senza dover scappare.

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