Un territorio già fortemente penalizzato ne paga le maggiori conseguenze
Chi vuole vedere quale idea
d’Italia il Governo intenda realizzare con l’autonomia differenziata non ha che
da vedere la mannaia del dimensionamento scolastico che immiserisce e penalizza
i territori del Sud. Chi vuole vedere come l’accoglienza coloniale degli ordini
da Roma mortifichi la Calabria non ha che da vedere come la finanziaria 2023
del Governo sia stata recepita in materia di scuola. Chi vuole vedere come la
città di Reggio Calabria sarà penalizzata e resa irrilevante dal piano di
dimensionamento scolastico regionale non ha che da aspettare qualche giorno.
Poi le responsabilità saranno rimpallate con cori di “non potevamo fare
altrimenti” e rimbalzi di gerarchie da Comune a Città Metropolitana a Regione e
viceversa.
È la concezione di scuola alla base
delle scelte che va, innanzitutto, contestata fermamente. La scuola non è un
costo, non è un servizio che va tagliato, mai!, non è un conto che deve
tornare, non è la somma di un numero di alunni. È una lezione che si conosce
bene, quando nei convegni si parla di scuola come presidio di legalità,
formazione, diritti, eccetera eccetera. Ma alla fine dei giochi il problema è
che la coperta è corta e da qualche parte si deve tirare. Si tira sulle regioni
del Sud, dove il taglio delle scuole cade su territori mal serviti dalla
mobilità, su famiglie che già conoscono il gravame della dispersione
scolastica, su aree che già conoscono la desertificazione dei giovani, su
persone che già conoscono il niente dei servizi essenziali.
Per la città di Reggio, per la sua
area metropolitana, ciò è amplificato, vivo, presente. Il taglio che deriverà
dal dimensionamento lascerà territori privi di scuole, consegnerà al personale
scolastico e alle famiglie il peso di doversi districare tra plessi molto
distanti tra di loro, imporrà perdita di posti di lavoro e nuovi insegnanti
partiranno a fare cultura nelle regioni del Nord.
Questo accade per l’inviolabile
legge dei numeri. Chi non ha “i numeri deve essere accorpato”. Ma è ben strano
che i numeri si applichino quando si tratta di chiudere scuole e non quando si
tratta di porre un tetto al numero massimo di iscritti: cosa che consentirebbe
– contro la logica aziendalista e performativa che sottende ormai l’idea di
scuola – di aprire istituti e indirizzi
di studio in aree oggi dimenticate e di garantire un servizio più peculiare sul
territorio, più efficace nel rapporto con gli allievi e con i territori. Ma
poi, i numeri delle scuole ci appassionano tanto? E come si rapportano queste
con il criterio di salvare le aree interne, soprattutto in un territorio come
quello di Reggio Calabria che è fatto di relazione tra la costa e le aree
interne? Pensiamo alla distanza che corre tra la Via Marina e Santa Venere, ad
esempio, e alla pessima mobilità che le collega.
L’accorpamento che si chiede al
territorio di Reggio Calabria è una guerra tra poveri, e, pertanto, purtroppo,
destinata ad avere successo. Eppure ci sarebbe la possibilità, anche attraverso
le speciali misure destinate ai territori interessati alle minoranze linguistiche,
di salvare l’autonomia di buona parte delle scuole e di costruire diversamente
per gli anni a venire.
È una battaglia che bisognava
combattere prima e le forze progressiste della città avrebbero dovuto cogliere
l’occasione per porre la questione e farne una battaglia di senso come per il
taglio degli ospedali o l’agonia dell’Aeroporto. Anche questa è assenza della
Politica, anche in questo il Comune ha dimostrato il fiato corto di chi non
riesce a star dietro all’ordinario. Ma il vero problema non è questo, al
massimo una semplice constatazione, quanto la partita che si gioca sulla pelle
della città di Reggio e che porterà ad un depauperamento ulteriore del suo
tessuto culturale e sociale.
Crediamo si sarebbe dovuto
ragionare con i territori, avere il coraggio politico di porre la questione
della peculiarità e dei bisogni del territorio, di utilizzare le opportunità
consentite alle aree interessate alle minoranze linguistiche, regolare il tetto
massimo di alunni per istituto e non solo il tetto minimo. Utilizzare il quadro
normativo in modo utile e non penalizzante per Reggio e la sua area
metropolitana. Misure di visione e coraggiose, che magari la Regione potrebbe
bocciare – magari potrebbe anche imporre un commissariamento – ma se ne
prenderebbe tutta la responsabilità. La Politica è anche fatta di questa
dialettica. Altrimenti è solo burocrazia.
Su questi temi, in questi giorni,
diverse altre Regioni hanno impugnato gli atti del governo e diverse migliaia
di studenti e docenti scendono in strada da Catanzaro a Cosenza. Sul tema a
Reggio solo qualche sussulto. Ma è proprio Reggo la città più penalizzata! È il
segno di un’area rassegnata e stanca. Ma invece questa della scuola e del
dimensionamento è la questione destinata a cambiare il futuro della città nei
prossimi anni. Tra qualche giorno, se la Politica della città e del territorio
metropolitano non potranno porsi ad argine di scelte regionali che puntano a
rendere irrilevanti Reggio e l’area metropolitana, accadrà che piangeremo la
fine di diverse scuole e la chiusura di presidi essenziali nei territori.
“Quando il morto piange, è segno che gli dispiace a morire”, si legge in
Pinocchio. Un capolavoro che in una scuola che chiude non si potrà più leggere - chiosa la nota.