A urne chiuse, il dirigente regionale calabrese pone malcelati dubbi sulla conduzione del partito negli ultimi 10 anni.
A 48 ore dai fallimentari risultati elettorali del Partito Democratico, Domenico Francesco Richichi, componente della Direzione regionale PD Calabria, non le manda a dire, in una nota, al segretario Letta.
«In seguito allo scarso risultato ottenuto dal partito democratico alle elezioni del 25 settembre - esordisce Richichi -, Enrico Letta ha annunciato le dimissioni da segretario del PD. Il gesto gli fa onore, ma alimenta, anche, qualche perplessità, considerato che ha annunciato di voler restare nella carica di segretario nazionale fino al prossimo congresso. Gestirà il partito e i gruppi parlamentari fino a quella data per poter predisporre e scegliere il nome del nuovo segretario politico? Spero che non sia così. Certamente, Letta si è trovato davanti a una corsa ad ostacoli dovuta all’improvvisa caduta del governo - prosegue -, ma ciò non giustifica il mancato rispetto dello statuto nella nomina di deputati e senatori senza aver operato un dibattito democratico interno, né la cancellazione delle primarie e la scelta dei nomi dei sicuri eletti concordata esclusivamente con i capi corrente o, meglio con i boss del partito. La conseguenza è stata ovvia: la sconfitta, che in Calabria ha avuto il suo apice con la elezione di solo due parlamentari, con un terzo, calabrese di nascita e romano di fatto, eletto conto terzi.
In 10 anni di Governo, con coalizioni le più disparate, il PD si è fatto sostituire e superare nella lotta alla povertà, nella difesa dei più deboli e degli emarginati, dal Movimento 5 Stelle, che ha introdotto provvedimenti confusionari e ad alto sperpero di fondi pubblici; non ha manifestato idee concrete sulle scelte nei settori dell’economia, della giustizia, dell’ambiente. Rimane, dunque, il PD il partito liquido di Veltroni? O è un partito che si innesta nella società per combattere, anzi, meglio, abbattere le disuguaglianze?
Abbiamo confuso gli elettori - ha poi aggiunto -, i quali hanno scelto i partiti che hanno fatto percepire un’idea fondata su un retroterra politico-culturale. Ad urne chiuse, prorompe, spontanea ancora l’altra seria domanda su cosa sia, oggi, la sinistra in Italia, a chi si rivolge e a che cosa guarda - attacca Richichi -: Fratelli d’Italia si ispira alla destra sociale della defunta Alleanza Nazionale di Fini, la Lega si ispira al regionalismo/federalismo puro, Forza Italia al liberismo assoluto, i Cinque stelle alla convenienza contingente; il PD e il resto della sinistra a quale filone di pensiero fanno riferimento? Non sarà che un riferimento proprio non ce l’abbiano più, rinserrati nelle comode posizioni snob/altoborghesi?
Il Partito, fucina di organizzazione e di cultura, utile a formare le nuove classi dirigenti è scomparso dagli obiettivi, oramai, da diverso tempo; i giovani si sentono respinti; il popolo e gli iscritti non vengono coinvolti nelle discussioni politiche del partito: siamo diventati un comitato elettorale ad usum delphini, in questo caso rappresentato dal mite, ma non troppo, Enrico Letta.
Ed allora le dimissioni del Segretario politico - conclude la nota - appaiono più come una sincera giustificazione della disfatta. Debacle che, comunque, appartiene tanto al segretario quanto a tutti coloro che hanno gestito (male) il partito: uomini e donne, ministri e membri del Governo che per oltre un decennio, sono stati in gran parte, o evanescenti nel loro operare, o incapaci di rapportarsi con l’opinione pubblica per far conoscere i pochi contributi al bene comune».