Andrea Ranocchia: "Un cuore nerazzurro non smette di tifare"

Autore Redazione Web | lun, 20 maggio 2024 05:00 | Calcio Andrearanocchia Inter Razzismo

Ranocchia si racconta in un’intervista esclusiva in cui non smette di pensare all’Inter e si esprime su argomenti molto spinosi come quello del razzismo negli stadi

Andrea Ranocchia. ex difensore dell’Inter, parla, nella sua intervista, dell’amore per il club nerazzurro, della sua dirigenza, del ruolo dell’allenatore moderno, della sua carriera e della pressione sui giovani talenti. Vediamo cosa ci racconta.

Andrea Ranocchia, intervistato da Arianna Venegoni di sitiscommesse.com, è un fiume in piena e, come prima cosa, non smette di congratularsi con l’Inter per la vittoria del ventesimo scudetto. Titolo, poi, conquistato durante una stracittadina: “diciamo che l’importante era vincere, però vincere nel derby è ancora più speciale.”. Sul tema derby, Andrea ha un ricordo dolcissimo ma amaro: il suo primo scontro con il Milan, infatti, è stato l’apice di una rimonta epica in cui, nel 2011, i nerazzurri avrebbero potuto bissare lo scudetto dell’anno precedente.

I ragazzi, però, non riuscirono nell’impresa: “Abbiamo avuto lo scontro diretto con il Milan che eravamo due punti sotto e l’abbiamo perso. Purtroppo, quello è un ricordo di un derby terribile, però era anche il mio primo derby, quindi sicuramente il sapore, l’atmosfera pre-partita è stata veramente emozionante.”. Ranocchia, comunque, ci tiene a dire che, quell’anno era pieno di campioni che hanno avuto, con lui, un rapporto splendido. Mai, infatti, si è sentito messo da parte nel gruppo, nonostante nomi come Zanetti, Milito, Cambiasso, Materazzi e tanti altri. La bellezza di quel calcio, infatti, stava nel creare gruppo e nel giocare, senza neppure rendersene tanto conto, con dei miti totali come Del Piero, Totti, Nesta.

Sullo scudetto, ad ogni modo, con la rosa dell’Inter, l’impresa è sembrata, almeno in campionato molto semplice. In Champions League, invece, le cose sono andate diversamente: “All’andata ha creato tanto, ma non ha concretizzato le occasioni. Ma lì sono episodi perché comunque all’andata l’Inter ha fatto una grande partita, ha creato tantissimo ma gli è mancato l’ultimo passo perché se fossero riusciti ad arrivare a Madrid con un punteggio diverso sicuramente sarebbero passati.”. Il pallone, però, è fatto di episodi e i nerazzurri non hanno perso ai rigori, hanno sbagliato a non sfruttare le azioni nitide da gol che hanno avuto.

Dirigenza, ruolo dell’allenatore moderno. Simone Inzaghi

“Per me quelli della dirigenza negli ultimi anni sono stati dei fenomeni a livello mondiale. Io non credo che altri dirigenti siano riusciti a fare il lavoro che hanno fatto loro visto il pochissimo budget, cioè quasi zero.” Ecco cosa dice Ranocchia sul lavoro della dirigenza dell’Inter che, senza costi enormi, ha creato una squadra di grande qualità, spendendo pochissimo o a parametro zero. Non dimentichiamoci, infatti, di gente come Thuram e Sommer su cui nessuno avrebbe scommesso e che hanno fatto un grande campionato.

Grande merito, sicuramente, va anche a Zhang, il presidente, che è presente anche quando è distante e che “ha preso l’Inter era una squadra in difficoltà e in pochi anni è riuscito a riportarla ai vertici del calcio europeo e mondiale e ha fatto un lavoro strepitoso.”. Simone Inzaghi, altro artefice del successo nerazzurro, è uno di quegli allenatori moderni da cui Ranocchia è molto affascinato.

 Il tecnico di nuova generazione non è solo un allenatore che prepara moduli ma è in grado di migliorare la tecnica e la qualità dei suoi giocatori grazie a strumenti tecnologici impensabili fino a qualche anno fa. In più, il merito di Inzaghi è quello di essere un uomo intelligente: “Lui ha capito l’importanza di avere questi giocatori, è molto bravo a gestirli, nel senso che è un allenatore con cui si riesce ad entrare in confidenza, è empatico verso il giocatore. Quindi magari il giorno in cui il giocatore non sta bene o ha un problemino, lui capisce come può gestirlo, non con le bastonate ma mettendosi nei panni del giocatore, aiutandolo in quel momento lì.”.

Hull City, Monza, problema razzismo e pressione sui giovani

Nel gennaio 2017, Ranocchia va in prestito all’Hull City, squadra di Premier League che quell’anno retrocesse in Championship. Andrea ha un ricordo bellissimo di quella mezza stagione, molto più di altre esperienze in Italia: “l’ultima partita quando siamo retrocessi con l’Hull City, tutti noi naturalmente eravamo nello spogliatoio tristi. Dopo un quarto d’ora, i tifosi ci chiamano fuori. Io abituato con l’Italia ho pensato “adesso ci contestano, ci insultano”. Invece, ci hanno fatto fare il giro del campo, tutti quanti ci hanno applaudito, tutti quanti.”.

 Non è stato lo stesso a Monza dove Andrea, causa infortunio, ha poi smesso definitivamente con il calcio. Andrea, nello spogliatoio non si è sentito a suo agio e rispetta (ringraziandolo tanto) l’operato di Galliani che, invece, lo ha sempre apprezzato e supportato: “Nel calcio, io non so se ho conosciuto due persone come Galliani e Berlusconi. Non credo. Il livello è veramente alto, anche a livello umano.”.

 Andrea vuole spendere anche qualche parola sul problema razzismo, acuito da episodi parecchio discutibili come quello tra Juan Jesus e Acerbi o il brutto episodio tra Maignan e la curva dell’Udinese. Ranocchia parla di piccoli miglioramenti rispetto al periodo in cui giocava ma, insomma, parliamo di poca cosa rispetto alla situazione in cui viviamo: “il problema è culturale, il problema proviene da fuori del mondo del calcio. Poi diciamo è quello in cui risalta di più perché è lo sport nazionale, è la terza economia del Paese, gira tanto intorno al calcio. Ma il problema è culturale, il problema è che l’ignoranza in giro è tantissima.”.

Questo tipo di “problema culturale” porta anche a una pressione enorme dei social e di un certo tipo di stampa nei confronti dei giovani talenti che, ogni giorno, si trovano ad avere a che fare con 60 milioni di allenatori. Il grado pressorio esterno è così forte che tanti ragazzi non si sentono a loro agio diventando molto più aggressivi nella vita e anche in mezzo al campo. Proprio per questo, rispetto agli altri genitori, Ranocchia si augura che il figlio si diverta a giocare a calcio senza pensare di dover diventare un campione. Sono queste le motivazioni che hanno spinto anche lui, almeno fino a questo momento, a restare fuori dall’ambiente e godersi gli investimenti fatti nel passato. senza troppi pensieri calcistici. 

 

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