La conversazione rientra negli incontri “La percezione dell’Antico” promossi dall'associazione Anassilaos.
“Lumina menti: Lucrezio e la rivoluzione della leggerezza” è il tema della conversazione che il Prof. Amos Martino, Dottore di Ricerca in Filologia Antica e Moderna, docente di Lettere presso il Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria, terrà martedì 28 marzo alle ore 17,30 presso lo Spazio Open (Via dei Filippini, 25) nell’ambito degli incontri “La percezione dell’Antico” promossi, riferisce una nota, dall’Associazione Culturale Anassilaos.
Al centro della riflessione del giovane studioso reggino il poeta latino Tito Lucrezio Caro, tra gli autori meno conosciuti della letteratura latina, vissuto nel 1° secolo a.C. e la cui vita appare tuttora lacunosa tranne la notizia, data da San Girolamo, che il poeta sarebbe impazzito a causa di un filtro amoroso che lo avrebbe indotto poi al suicidio. La sua opera anzi sarebbe stata composta nei rari momenti di lucidità concessi a lui dal male. Al di là di tali notizie biografiche, da accogliere con estrema cautela, resta comunque il fatto che dal De rerum natura è possibile cogliere momenti di sofferenza ed esaltazione dello scrittore a conferma di uno spirito tormentato, diremmo oggi “moderno”.
Il De rerum natura si presenta nella
forma in cui ci è giunto (forse corretto da Cicerone che lo pubblicò) come una
sorta di poema didascalico che guarda al mondo attraverso i principi della
filosofia di Epicuro che l’Autore ben conosce e di cui si fa convinto assertore
e banditore. A superare comunque ogni aridità di pensiero, sottesa a un’opera
didascalica e quasi di propaganda, e a
trasformare un poema filosofico in poesia
capace tuttora di emozionare il lettore, è che in quei principi poeticamente
cantati Lucrezio si sforza di placare le
sue ansie, l’angoscia del vivere, le paure che lo tormentano, il timore della
morte e il pensiero dell’al di là, aspetti che ancora caratterizzano la nostra esistenza e ce lo rendono vicino, quasi
contemporaneo. Riscoperto nel 1417 da Poggio Bracciolini il poema consentì
anche di meglio approfondire e comprendere nella sua complessità il pensiero
del grande Epicuro considerato ancora comunemente come il filosofo dei gaudenti
e della bella vita.